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        <title>DA GAZA ALL'ITALIA</title>
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        <description>I GAZAWI IN ITALIA PARLANO GRAZIE A '100 PORTI 100 CITTÀ', INIZIATIVA DI 'FREEDOM FLOTILLA ITALIA'. Freedom Flotilla Italia è sbarcata a Napoli il 27/05/2026 con la Ghassan Kanafani, una delle barche delle varie flotillas, ‘sopravvissuta’ ai pirati israeliani per un’avaria che l’aveva bloccata in Grecia. Della campagna, intitolata "100 Porti 100 Città", ne avevamo parlato tra queste pagine digitali: visto che non si riesce a raggiungere Gaza a causa del decennale blocco illegale, lo scopo è inverso, ovvero portare Gaza nei porti italiani. Khawla Zuiter, donna gazawa da qualche mese rifugiata in provincia di Avellino, era all’iniziativa. Ha fatto cenno all’orrifica esperienza del genocidio, vissuta in prima persona, raccontando che di uno dei suoi figli hanno trovato solo dei frammenti. Insieme agli attivisti della flottiglia, ha denunciato il sistema di accoglienza che divide le famiglie all’interno e all’esterno dei singoli nuclei familiari. In pratica, alcune famiglie sono “spezzate” perché molti membri sono ancora bloccati a Gaza, mentre le famiglie gazawi che sono riuscite ad arrivare nella penisola sono isolate tra di loro, perché sparpagliate per l’intero paese e "accolte" in luoghi remoti. “Il governo italiano non ci ha accolto davvero”, ha affermato durante la conferenza stampa ai giardini del Molosiglio, lamentandosi del fatto che anche solo per fare la spesa deve percorrere 4 km. Più esplicite le critiche al governo del Centro Culturale Handala Ali: ‘l’Italia è complice del genocidio perché invia le armi a Israele, l’accoglienza in queste condizioni, che non permettono nemmeno l’integrazione, non può servire a lavarsi la faccia’. Don Rito Maresca della “Rete Preti contro il genocidio” ha citato il vangelo di Luca, ‘quello più socialmente impegnato’, collegando le flottiglie alla barca di Pietro. Ha citato anche Pizzaballa: ‘non bisogna fare una graduatoria dei dolori, ma va distinto l’oppresso dall’oppressore (...) tutti noi possiamo fare la nostra parte, a partire da chi ha responsabilità più grandi come il nostro governo (...) basta alla complicità’. ‘Gaza era una prigione a cinque stelle’ prima di essere investita dalla furia all’apice del genocidio incrementale del popolo palestinese, iniziato nel 1948: ‘avevamo 8 ore di elettricità al giorno, le università, le scuole, gli ospedali... ma allo stesso tempo tutto era limitato: il cibo, le scorte, tutto era controllato dall’occupazione. In qualunque momento ti trovavi i confini chiusi ed eri intrappolato. Vivevamo anche un’instabilità per cui la mattina potevi svegliarti e scoprivi che avevano bombardato il tuo quartiere senza ragione’. Le violazioni del diritto internazionale, le restrizioni dei movimenti di persone e di beni essenziali sono iniziate molto prima del 2023. Per essere precisi, le prime restrizioni per chiudere e isolare Gaza in maniera più decisiva, attuate dopo l’accordo tra Egitto e Israele nel ‘79, sono formalmente iniziate nel ‘91, dopo le proteste della Prima Intifada, un sommovimento di massa largamente pacifico a cui seguirono gli accordi di Oslo. Poi, dall’Ottobre 2023, hanno usato sistematicamente ‘la scusa del partito politico’, ovvero di Hamas, ‘per distruggere qualunque cosa e uccidere chiunque, non importava se c’erano bambini o anziani’. Quelle scuse per giustificare l’occupazione illegale sono state spinte oltre l’inverosimile, basti pensare alle sadiche trappole per esseri umani spacciate come punti di distribuzione degli aiuti. E anche il cessate il fuoco è “finto, è una scusa per continuare a uccidere”. Ma le mortifere intenzioni dell’occupazione non hanno fermato la voglia di vivere, come dimostrano quei bambini a cui Tarek insegnava inglese in delle scuole costruite sulle macerie di vite distrutte. E la voglia di vivere non basta: bisogna anche fare giustizia! Per questo ‘serve una strategia per fermare l’occupazione in tutto il mondo, non solo in Palestina’ altrimenti le violazioni dei diritti più basilari che vediamo a Gaza ‘arriveranno anche da voi’, avverte Tarek. E anche se la tetra previsione non dovesse uscire fuori dai confini dell’Asia Occidentale, fermare questo scempio resta comunque un imperativo morale, prima ancora che pragmatico. ‘Oramai la questione non è più politica, ma è una questione di umanità. O sei con l’ingiustizia o con l’ingiustizia, è bianco o nero, non ci sono sfumature di grigio adesso’. Alla fine ho sentito l’urgenza di chiedere scusa a Tarek perché, come italiano, personalmente e collettivamente, ho fallito nel fare pressione sul mio governo affinché smettesse di finanziare e permettere il genocidio. Per questo dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi e tentare nuove tattiche o strategie, e ristabilire quelle tutele minime legali che non sono di certo una meta, piuttosto un necessario punto di partenza. Prossima tappa della Freedom Flotilla italiana è Procida.</description>
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